Gruppo di lavoro aperto che studia le eredità storiche degli ideali illuministi, repubblicani, socialisti e anarchici nelle prospettive del rapporto arte società, arte didattica, arte filosofia, arte e territori

Colectivo multidisciplinar que estudia la herencia histórica de los ideales ilustrados, republicanos, socialistas y anarquistas y sus perspectivas en la relación entre arte y sociedad desglosadas en tres áreas de interés: arte-didáctica, arte-filosofía y arte-territorio.

VENKO REIAL CERCLE ARTISTIC

La resistenza sociale è la somma dei comportamenti destinati alla trasformazione sociale.  Manifesta la necessità di costruire una identità come comunità nei confronti dei limiti stabiliti.
I meccanismi di repressione sviluppati dagli stessi Stati, il cui fine è controllare la popolazione, molto spesso oscurano i meccanismi di resistenza che si sviluppano per sopravvivere, creare e mantenere quella stessa entità in cui la comunità si identifica.
Per questa ragione dotare il concetto di resistenza sociale di una base teorica ed empirica permetterà che venga anch’esso letto come altri fenomeni sociali che godono di rilevanza scientifica.
Considerando le nuove forme della struttura sociale, è necessario adattare il quadro sociologico per ampliarne l’ambito concettuale e poter capire i fenomeni sociali che si scatenano.

Venko nasce in un contesto di crisi economica, politica e sociale, Con l’obiettivo di fare della sociologia uno strumento utile alla denuncia e allo scambio sociale. Discipline come questa non si possono mantenere al margine della realtà che essa stessa studia, dato che è da questa che sorgono i suoi oggetti di studio. D’altro lato, Venko suppone la materializzazione di tutte. le conoscenze e tecniche acquisite Durante la traiettoria accademica, utilizzando  quelle poche risorse sulle quali possiamo contare. Inoltre, vuole schierare enfasi intorno alla resistenza civile come oggetto di studio nella ricerca e nelle teorie sociologiche, A causa delle manifestazioni sempre più evidenti della struttura coercitiva degli Stati.  Ha quindi come finalità principale rendere visibile questo fenomeno sociale e individuale che, senza rendercene conto sta manipolando la nostra vita quotidiana.
Senza centrarci solo nella resistenza sociale, consideriamo opportuno che questa, così come gli elementi che la circondano, sia una delle linee principali da seguire nei diversi studi che stiamo affrontando. E come già abbiamo accennato prima, il campo metodologico è quello della sociologia all’interno di una prospettiva critica.
Il gruppo di ricerca sociale sulla repressione e resistenza –Venko-  nacque nel luglio del 2014, da un gruppo di giovani laureati e non, all’Università Autonoma di Barcellona. Vista la scarsa possibilità di dedicarsi alla sociologia in ambito accademico, e la grande utilità che suppone questa disciplina per i movimenti sociali e la notte urbana, decidemmo di occuparci degli attualissimi temi della repressione della resistenza sociale.
P.I.G.S Roma fu l’occasione, attraverso una conferenza sulla resistenza sociale in Palestina,  di presentare il nostro primo lavoro, che si occupava di investigare i diversi meccanismi di resistenza che si sviluppano in situazioni estreme come quelle che  si vivono oggi in Palestina. Sulla stessa linea aprimmo una ricerca sulla città di Barcellona indagando la resistenza cittadina e le sue strategie. Senza dubio, fu di enorme aiuto, la nostra militanza nei movimenti sociali che sono nati negli ultimi 10 anni a Barcellona. Movimenti che hanno saputo elaborare un discorso più strutturato, trasformando il linguaggio scientifico per generare un vincolo reale fra teoría e pratica.

Il 4 di marzo si inaugurò nel Reial Cercle Artistic di Barcellona [Spagna] la mostra “Resistenza nella città di Barcellona”, accompagnata da una conferenza a cui parteciparono il Grupo de Investigación Social – VENKO  e il collettivo barcellonese Putas Indignadas.
Come il titolo suggerisce, la mostra e la conferenza si svilupparono intorno al tema della resistenza sociale, approfondendo le sue caratteristiche ed il suo impatto nella città di Barcellona, attraverso l’adozione di un punto di vista sociologico.
Barcellona è storicamente una delle città più attive politicamente, in Spagna. Emblematico è il movimento anarchico del 1936, che lottò contro i fascisti e per una società libera, critica e auto-gestita. Uno dei motti nati durante la lunga lotta del movimento di resistenza fu “la migliore lotta è quella che si fa senza speranza”. Questo stesso slogan fu ripreso dal collettivo d’artisti spagnolo Democracia [che partecipò anche nel progetto PIGS-Barcelona] ed evidenzia come l’amore per la trasformazione sociale e la volontà di continuare a lottare non si lascino subordinare dall’impotenza, perché la lotta, in questo caso, è una spinta esistenziale. Ovviamente, senza la volontà di cambiare le cose, non c’è alcuna possibilità di generare resistenza. E, probabilmente, per questa ragione abbiamo deciso di presentare questa esposizione sulla resistenza nella città. Non tanto perché pensavamo di poter cambiare qualcosa, o che potesse servire a qualcosa, ma soprattutto perché sapevamo che possiamo e dobbiamo cambiare qualcosa.
Fu una occasione per non stare zitti, ma per esprimerci, utilizzando la pedagogia come strumento di coscienza. Fu un lusso e una sorta di esperimento poter introdurre, all’interno di uno spazio istituzionalizzato come il Reial Cercle Artistic, questo tipo di discorso. Ricordando le parole del direttore artistico Joan Abelló: “È un piacere presentare una conferenza e una mostra sulla resistenza nella città di Barcellona, dato che il Reail Cercle Artistic è un esempio di resistenza. Questo Centro è, infatti, sopravvissuto alle minacce della destra di essere chiuso e alla turistificazione”, ci siamo resi conto della distanza esistente fra la resistenza di cui il direttore artistico parlava e quella che noi analizziamo, esponiamo e diffondiamo.

Ovviamente, il tema della resistenza può essere interpretato da punti di vista molto diversi; anche la destra può parlare di resistenza, anche se spesso la scambi per immobilismo. Ma, nonostante la carica ideologica che questa parola include, il concetto di resistenza nel suo significato più essenziale, si basa sulla volontà di continuare ad essere.  Anche se, considerando il sistema sociopolitico e il contesto economico nel quale viviamo, il concetto di resistenza è stato via via associato sempre più alla cittadinanza, che alla fine è sempre quella che paga i piatti rotti della corruzione e ambizione di governo. Per questa ragione la resistenza sociale si genera dalle persone,  le persone della strada, quelle che lavorano, pagano, che non hanno tempo di pensare, e soprattutto quelle chiamano la propria vita così come la vita degli altri.

A Barcellona, abbiamo optato per la resistenza, conosciuta come non  violenta, anche se i mezzi di comunicazione spesso insistono nella additarci come radicali o terroristi, senza dare l’opportuno peso al fatto che migliaia di famiglie sono senza casa, migliaia di persone sono senza lavoro e che si sta togliendo alle persone la vita e la speranza. D’altronde, non è facile porre un limite fra resistenza non violenta e resistenza violenta, anche perché, sarà bene ricordare che è lo stato, in realtà, ad avere il monopolio legittimo della violenza, essendo per ciò esso stesso il principale creatore e gestore di questa, gli altri possono solo difendersi. Ovviamente nessuno vuole vivere in una società violenta, tesa e ostile, dobbiamo affrontarla questa situazione, anche perché non affrontarla significherebbe non formare parte della soluzione bensì del problema. Anche gli aggettivi che spesso vengono assegnati confondono e complicano l’analisi, consideriamo opportuno, per esempio, cambiare i concetti di violento non violento per armato e non armato. Perché, mentre è difficile porre un limite fra ciò che è violento e ciò che non lo è, definire cos’è un’arma e cosa non lo è lascia sicuramente meno spazio all’interpretazione. Per esempio, la resistenza armata appartiene  al diritto internazionale che la  considera lecita nel caso in cui un popolo fosse oppresso da una causa maggiore. Allo stesso tempo, è complicato definire cos’è repressione cosa no. Dopo la seconda guerra mondiale, con la supposta fine delle dittature in Europa, la resistenza armata in Europa è stata condannata non solo dagli Stati ma anche dalla maggioranza dei cittadini. Il problema è che ormai le dittature non sono più nominate stati fascisti e, pur essendo fasciste, continuano ad essere considerate democratiche. Dopo lo stabilirsi dello stato di benessere la percezione di vivere sotto controllo e oppressione è stata ancora di più ostacolata. Tutto ciò è reso possibile anche da quelle stesse persone che vissero la guerra civile spagnola, il post guerra e la dittatura di Franco, che spesso sono i primi a condannare piccoli atti di vandalismo, catalogando chi li commette come terroristi, senza guardare in faccia la loro disperazione.

La Spagna ha vissuto molti cambiamenti durante il XX secolo. Dalla dittatura di Primo de Ribera si arrivò alla II Repubblica che terminò con la avanzata fascista,  e successivamente alla sanguinosa guerra civile.  Questa durata tre anni e terminò con la dittatura di Franco. Nonostante la narrazione fatta durante tutti questi anni, la dittatura non è morta con Franco, ha solo cambiato aspetto. Governano ancora i figli del potere franchista,  e molti di loro governarono a stretto contatto con Franco. La conosciuta transizione democratica, fu una transizione onirica, nel senso che questo processo più che creare una nuova società, la addormentò. La transizione compatto tra la destra e la sinistra più “accreditata”.  Con l’arrivo dello stato di benessere, la classe lavoratrice, ebbe la possibilità di studiare all’università, aspirando quindi di diventare e formare parte della tanto invidiata classe media, rimuovendo tutto ciò che visse e  tutto quello per cui aveva lottato durante molti anni, tempo addietro: una società libera.
lo sviluppo e l’imposizione di sistema capitalista e cristiano nella nostra società ha reso possibile che la società interiorizzasse valori quali il sacrificio e lo sforzo,  per raggiungere appunto quell’aspirazione di appartenere alla classe media. Tutto ciò alla lunga ha portato ad accettare qualsiasi tipo di compromesso per paura di rimanere senza niente. Non si valori sono cambiati e con loro la forma della nostra lotta. forse non possiamo ancora parlare di una società anomica, ovvero senza valori. Però, più i giorni passano, più questa sembra essere la nostra prospettiva futura. Non è che non abbiamo più valori, ma i nostri valori ormai sono quasi tutti materiali. E conservare tutto questo bagaglio materiale richiede del tempo e molta energia, che non possiamo quindi utilizzare per vivificare altri ideali.

Durante la conferenza, non pretendevamo di imporre nessun punto di vista, ovvero, l’intenzione no era posizionarsi in favore o contro nessuno dei tipi di resistenza opposti, ma, al contrario, introdurre un dibattito in un luogo dove non arrivano questo tipo di discorsi, così come esporre il tema per poi lasciare al pubblico trarre le proprie conclusioni.
L’esposizione aveva lo stesso obiettivo, sebbene con forme diverse. A volte le parole sono dure e vengono mal interpretate. Con l’arte, esporre una idea o una posizione risulta essere molto più agile, dato che le interpretazioni sono molto più ampie. Consideriamo che l’arte sia sempre politico, così come lo è la vita, ma l’arte è anche molto più sottile e può arrivare a chiunque.

PIGS Barcellona, in definitiva, era questo. Portare la politica sul piano dell’arte e viceversa. Mescolare mondi normalmente separati, quello dell’autogestione e quello dell’Istituzione.  Perché, alla fine, ad occupare questi luoghi sono sempre le persone e, stare da una parte o dall’altra, non ti definisce del tutto. In realtà, ciò che ti definisce, sono i gesti e le intenzioni. E, in questo caso, la nostra intenzione fu proprio quella di introdurre un discorso silenzioso, una immagine manipolata e provocare un dibattito quasi sempre inammissibile. Il nostro gesto fu la bellezza dell’arte e la forza della parola.

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